Zweitland

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Zweitland: seconda terra, un titolo in concorso al Film Festival della Lessinia che non indica semplicemente un’altra patria, ma apre una domanda su cosa significa appartenere ad un luogo. Il regista Michael Kofler, sudtirolese nativo di Brunico/Bruneck, ha definito la sua opera un “Anti-Heimatfilm”: non un rifiuto della Heimat come legame, memoria, amore per una terra, ma del momento preciso in cui tale legame si irrigidisce in mito chiuso, prescrizione identitaria, criterio per stabilire chi appartiene e chi resta fuori. Zweitland prova, al contrario, a immaginare una terra che possa essere sentita come propria senza essere esclusivamente propria. È quindi già nel titolo il cuore del primo lungometraggio di Kofler, ambientato nel Sudtirolo del 1961, il tempo della Feuernacht e degli attentati del BAS. Un terreno storico tuttora sensibile, sul quale era facile costruire un’opera schierata o didascalica. Kofler sceglie una strada molto più coraggiosa, raccontando un conflitto senza trasformarlo in tribunale etnico, mostrando le ragioni senza assolvere la violenza, descrivendo italiani e sudtirolesi come persone prima che come categorie.

È questo a mio avviso il pregio di questo film: non divide la scena tra colpevoli e innocenti secondo la lingua o l’appartenenza. L’opera ha una posizione morale netta, che non coincide con l’appartenenza a uno dei due schieramenti. È contro la violenza e contro ciò che accade quando una comunità, una causa o una terra pretendono di definire interamente un individuo.

Non mi ha sorpreso che, uscendo dalla sala, io abbia avvertito quanto il tema di questo film sia ancora in grado di pungere qualche spettatore nel vivo. Il rapporto tra italiani e sudtirolesi, 65 anni dopo, ancora non è archeologia.

Al centro di tutto ci sono i due fratelli Passler, Anton e Paul, e Anna, moglie del primo. La grande Storia irrompe nel maso e si trasforma in vicenda anche familiare. Anton sente di dover difendere la propria terra e finisce progressivamente per identificarsi con la causa che ha scelto, unendosi alla lotta armata contro lo Stato italiano. Paul è un artista, un pittore di talento: si sente costretto e limitato dall’ambiente in cui vive e vorrebbe andare a formarsi alla Kunstakademie di Monaco di Baviera. Paul viene costantemente giudicato e stigmatizzato dalla comunità e in parte anche dal fratello per questa sua diversità. Anna, stretta tra i due, è senza dubbio la figura più politicamente lucida di tutto il film: mentre i maschi si misurano con appartenenza, onore e violenza, lei comincia concretamente a visualizzare quello che verrà dopo; il Sudtirolo che sarà.

Ma è soprattutto attraverso la figura del talentuoso Paul che Zweitland distende il suo tema più interessante: come si può amare un luogo senza lasciarsi possedere da esso? Il ragazzo non compie un percorso lineare dall’estraneità e dalla voglia di fuggire all’appartenenza. Non “scopre” semplicemente di amare il Sudtirolo: impara, piuttosto, a stare in pace con se stesso dentro quel luogo. Il precipitare degli eventi lo porta a rinunciare per il momento a Monaco, per aiutare Anna a mandare avanti il maso di famiglia. Ma restare non vuol dire arrendersi alle categorie che lo circondano. Significa provare ad abitare la propria terra senza smettere di essere ciò che si è. Senza abdicare rispetto a se stessi.

E in questo percorso è fondamentale la figura del padre, evocata per gran parte del film come un’ombra ingombrante. Ha rifiutato la guerra nazista, si è ritirato nel maso, ha bevuto, ha scolpito il legno. Per il paese e per Anton è il modello del codardo, e Paul viene ferito più volte proprio attraverso il paragone col padre. E qui il film compie un’operazione interessante, rovesciando progressivamente il significato della parola coraggio. C’è il coraggio esibito, armato, virile, che pretende di dimostrarsi attraverso l’azione e la lotta; e c’è un coraggio silenzioso, molto meno socialmente riconoscibile: quello di sottrarsi a ciò che tutti si aspettano da te e scegliere una tua vita propria. L’eredità del padre non offre a Paul solo un altro modello maschile. Gli consegna il diritto di scegliere chi essere.

E l’arte così diventa una forma di emancipazione che non coincide con la fuga. Paul non ha più bisogno di lasciare la sua terra per liberare se stesso, ma può farlo dentro di essa, disarticolando il legame tra identità e conformismo sociale. Una delle scene più belle del film riguarda proprio l’eredità artistica del padre e il rapporto di Paul con ciò che per anni era stato tenuto nascosto sotto un telo. Kofler non ha bisogno di farne una roboante dichiarazione cultural programmatica, basta la luce che invade le sculture lignee.

Anton percorre la strada opposta. Non è un mostro e il film non lo tratta come tale. È un uomo sensibile, probabilmente intelligente, figlio del suo tempo, delle dinamiche e delle ferite della propria comunità d’appartenenza. Ma ad un certo punto il sentimento di appartenenza lo fagocita e sfocia nella violenza. Anton non si limita ad amare una terra, si sente quasi chiamato a rappresentarla. E allora la causa comincia ad occupare lo spazio dell’individuo, fondendosi quasi completamente con esso.

E il tema della violenza e della lotta armata diventa ancora più inquietante nel rapporto tra Anton e un adolescente del luogo che lo considera il suo eroe. Durante il dibattito in sala al Film Festival Kofler ha spiegato che quel ragazzo non possiede ancora un pensiero politico organico, imita semplicemente i propri modelli. È questo uno dei punti in cui Zweitland smette definitivamente di riguardare solo il Sudtirolo degli anni Sessanta. Anton utilizza la violenza come uno strumento e, proprio per questo, conserva talvolta la possibilità di fermarsi. Nel ragazzo, invece, la violenza ha già cominciato a coincidere con identità e appartenenza. La radicalizzazione configura eroi e nemici, prima ancora che ragioni politiche. Non serve fare un esempio tra i tanti per riconoscere come questo meccanismo appartenga anche al nostro presente.

A questa riduzione dell’altro a categoria disumanizzata il film oppone una serie di piccoli attraversamenti. Paul sviluppa un rapporto progressivamente diverso col giovane carabiniere Alessandro, che all’inizio partecipa alle irruzioni e alla repressione dello Stato. Non diventano amici, né si producono in enfatici discorsi di riconciliazione. Basta che Paul decida di sedersi accanto a lui in una taverna, sotto gli occhi increduli degli avventori. E allora il gesto politicamente rivoluzionario consiste semplicemente nel sedersi accanto all’Altro, riconoscendolo.

Anche il maresciallo dei carabinieri Lombardo è costruito senza retorica. È un uomo delle istituzioni e agisce dentro un sistema capace di durezza assoluta, ricatto, violenza. Ma ad un certo momento decide di rivolgersi ai sudtirolesi in tedesco. È un dettaglio apparentemente piccolo ma a mio parere fondamentale: la lingua, che in un territorio di confine può diventare barricata identitaria, si trasforma per un momento in veicolo di riconoscimento.

E Zweitland non idealizza le istituzioni, ma nemmeno le liquida come mera forma di oppressione. Crede insieme nella responsabilità degli individui e nella possibilità della politica di trasformare il conflitto in convivenza. Ed è qui che la figura di Anna assume una valenza decisiva. Ella è capace infatti di guardare oltre il presente. Aiuta una maestra italiana, prende la parola durante un consiglio comunale, immaginando un tempo in cui i figli delle due comunità possano crescere assieme. Anton pensa a chi possiede la terra (Land), Anna pensa a chi dovrà viverci domani. La storia successiva del Sudtirolo, con il lungo processo che porterà alla composizione istituzionale del conflitto, renderà questa sua visione tutt’altro che ingenua. Oggi restano fratture e separazioni, a cominciare da un sistema scolastico ancora distinto per gruppi linguistici. Lo stesso Kofler, nel dibattito in sala, ha espresso il desiderio che un giorno quelle scuole possano essere comuni. Proprio per questo io penso che l’ottimismo del film sia un ottimismo della costruzione, del compromesso, del lavoro politico.

Infine, anche il paesaggio ha un peso nel film, evitando scenari da cartolina. Il regista mostra un Sudtirolo bellissimo, ma ancora povero, cupo, chiuso, attraversato, come abbiamo visto, da rabbia sociale e da una mascolinità tossica e opprimente. Ma quelle strade tra gli abeti, quelle montagne e quei boschi conservano una bellezza immediatamente riconoscibile per chi oggi ama e frequenta queste terre di confine.

Alla fine questo film non si chiede “a chi appartiene questa terra” ma “come possiamo abitarla insieme senza rinunciare a noi stessi?”. È una domanda squisitamente politica, ma anche squisitamente intima.

Dopo la proiezione mi sono seduto per 10 minuti con Kofler. Siamo passati dal tedesco all’inglese e poi all’italiano, scegliendo ogni volta la lingua nella quale riuscivamo a capirci meglio. Mi è sembrato, in piccolo, un modo molto semplice di restare dentro al film.

Una terra non diventa meno propria perché è anche dell’altro. Forse è questo che rende Zweitland un film così importante e, nonostante tutto, così pieno di speranza.


Giovanni Teodori