
C’è un momento in Nous sommes les fruits de la forêt, opera franco cambogiana in concorso al Film Festival della Lessinia 2026 in cui Pa Kreb, uno dei Bunong seguiti da Rithy Panh sugli altopiani della Cambogia, dice di non sapere cosa sia il mercato, inteso in senso moderno. Non è un’ingenuità, non è ideologismo. È l’incontro/collisione tra due grammatiche del mondo: da un lato produzione, mercato, debito, prezzo, dall’altro un uomo e una comunità per il quali foresta, riso, animali, antenati, spiriti, lavoro e sostentamento appartengono ad un unico sistema di relazioni dove tutto è collegato.
Ed è qui secondo me che risiede la bellezza profonda di questo film. I Bunong sono una popolazione indigena della Cambogia il cui rapporto profondo con l’altipiano e le sue foreste viene progressivamente eroso dalla deforestazione, dall’indebitamento e dalla sostituzione delle colture tradizionali con produzioni richieste dal mercato. Ma il film è molto più di un documentario ecologista, e questo punto arriva chiarissimo già dal titolo: “siamo i frutti della foresta”. L’uomo non è davanti alla foresta come entità a lei alternativa, chiamato a proteggerla o sfruttarla: ne è parte integrante. Economia e religione, rito e lavoro, identità, lingua e sostentamento non sono compartimenti separati, sono elementi di un tutt’uno.
Il riso dell’altipiano ne è esempio lampante: non solo alimento, ma spirito. La sua coltivazione è accompagnata da cerimonie, canti, preghiere, gesti tramandati attraverso generazioni. Il regista Rithy Panh spiega che sostituire quel riso con anacardi, gomma o caffè non significa solo cambiare coltura, ma perdere cultura e identità. Insieme al riso scompaiono cerimonie, canti, preghiere. Il miele è un altro potente esempio, un tempo veniva condiviso dai suoi raccoglitori nell’ambito ristretto della comunità, come frutto appunto, della foresta. Ma nel momento in cui viene commercializzato come prodotto bio entra invece in un altro circuito: alla logica della condivisione si affianca quella della vendita e qualcosa che prima non aveva un prezzo comincia ad averlo.
Ed è qui che l’opera costruisce una cesura netta e dolorosa tra un prima e un dopo. Nel prima la foresta appare come un sistema relativamente autosufficiente di sostentamento, conoscenze, riti e reciprocità: si prende dalla selva ciò che serve, si condivide, si coltiva il riso. Nel dopo irrompono il mercato, il denaro, gli intermediari, il debito. Le colture vengono orientate verso ciò che può essere venduto, aumenta il bisogno di denaro e persino gli alberi più maestosi e “sacrali” diventano una risorsa da abbattere. Inseguire il debito spoglia progressivamente i Bunong di se stessi, della loro visione del mondo, della loro lingua, della loro identità. Una parte decisiva della durezza di vivere che il film mostra oggi nasce dalla rottura di un equilibrio: indebitarsi, produrre per il mercato, spostarsi e lavorare per pagare i debiti, tagliare gli alberi per trasformarli in denaro. Quest’opera mostra un mondo dotato di una propria coerenza che viene progressivamente disarticolato.
Panh non propone però di sottrarre i Bunong alla modernità. Parlando della loro condizione attuale, sottolinea la durezza del lavoro e la mancanza di medicina moderna, e dice esplicitamente di volere per loro i benefici della medicina e della scienza. La contraddizione diviene allora ancora più dolorosa e profonda: una comunità già investita dalle conseguenze del mercato globale non ha necessariamente ottenuto, in cambio, tutti quei benefici che associamo alla modernizzazione.
La domanda che come spettatore mi son posto è stata allora: quale progresso? Qui la modernizzazione non appare come un percorso lineare da una condizione tradizionale verso condizioni migliori, ma come un processo fortemente asimmetrico. I Bunong, socialmente stigmatizzati dalla maggioranza, entrano nel mercato, ne assumono debiti, dipendenze, nuove necessità, mentre i benefici della medicina, della scienza e di migliori condizioni materiali non arrivano con la stessa velocità né, tantomeno, con la stessa forza. Pagano una parte enorme dei costi della modernità prima ancora di poterne raccogliere pienamente i benefici.
Non vi è una risposta o una soluzione facile a questo dramma ed il film non ne offre alcuna. Pur formulando una critica esplicita alla mercificazione, il film non si riduce ad una requisitoria contro il capitalismo. Mostra piuttosto una trappola materiale e culturale. I Bunong hanno bisogno di danaro, contraggono debiti, devono pagarli. E fanno altri debiti. Gli intermediari comprano a poco e rivendono a molto, il mercato richiede nuove colture e quindi via il riso, dentro la gomma, poi via la gomma, dentro gli anacardi, in un rincorrersi estenuante di richieste esterne. E alla fine questi stessi uomini che dalla foresta ricavavano nutrimento, memoria, identità, sono costretti, loro malgrado ad abbatterne gli alberi più maestosi. Non perché abbiano smesso di riconoscerne il valore identitario, ma perché il debito li costringe a monetizzarlo. Per sopravvivere nel presente contribuiscono a distruggere con le loro stesse mani il mondo che li ha fatti vivere per generazioni. Una dissonanza identitaria lancinante.
La forza del film è tutta lì. Non c’è bisogno di un cattivo e il problema non è l’incontro dei Bunong con il denaro o la modernità, ma il rapporto di forza con cui quell’incontro avviene. Guardando le loro motociclette avanzare nel fango e vedendoli cadere malamente e ferirsi una gamba, per poi ripartire, partecipando emozionalmente a questa immane fatica necessaria per spostarsi, lavorare e vivere dentro il nuovo circuito economico, ho ripensato al Laos e alla Cambogia che attraversai nel 2013 come concorrente di “Pechino Express”. In Laos fui ospite, con mio fratello, in un villaggio di una minoranza etnica. Non erano Bunong e non era lo stesso contesto ma le immagini del film hanno riaperto in me questo ricordo; bevvi con loro un liquore di riso simile a quello del film, mangiammo assieme, ridemmo, ci ubriacammo. Conservo la memoria di un incontro bello. A distanza di tredici anni mi colpisce però un’altra cosa, la modernità era arrivata là anche attraverso di noi: una produzione televisiva europea poteva entrare per una notte in un villaggio remoto del Laos. Eppure, nello stesso viaggio, vidi condizioni materiali e sanitarie durissime, infrastrutture quasi inesistenti, forme evidenti di disagio sociale. Non sono situazioni assimilabili a quella dei Bunong e non dimostrano nulla sulla loro storia, mi hanno però fatto pensare alla natura profondamente diseguale dei processi di modernizzazione. Il mercato, le merci, le immagini e le tecnologie della modernità possono arrivare in un luogo molto prima della medicina, dei servizi, di condizioni di vita realmente migliori.
Pa Kreb è agricoltore, artigiano, cacciatore, guaritore, conoscitore di piante, animali, cicli della foresta. Potrebbe rimanere l’ultimo del suo villaggio a sapere fare tutto. E infatti per lui uomo, animali, piante, terra e cielo sono un tutto. Modernizzarsi non può significare necessariamente diventare altro, perdere la propria lingua, i gesti, le conoscenze e il modo di pensare che ci rende quello che siamo come comunità. È un tema questo che, su scala infinitamente più piccola mi ha toccato personalmente nella mia esperienza di individuo: quanto di noi siamo disposti a perdere per restare dentro ad un sistema che promette opportunità, sicurezza, sopravvivenza e agiatezza? È una risonanza, non un paragone.
Nous sommes les fruits de la forêt non chiede di scegliere tra la foresta e la modernità. Chiede a quali condizioni possano incontrarsi senza che l’una cancelli l’altra. Perché il progresso non si misura solo da ciò che promette o pretende in cambio, ma anche da ciò che riesce realmente a restituire.
Giovanni Teodori