
C'è una lingua che impariamo prima ancora di avere la capacità di pronunciarne le parole, la sentiamo risuonare nel ventre materno ancor prima di nascere e lì impariamo a riconoscerla. È il primo strumento con cui comunichiamo con il mondo, quello con cui esprimiamo bisogni e quello con cui più tardi diamo forma ai pensieri. La lingua madre ci riporta a uno spazio intimo, nostro, un mondo interiore all’interno del quale conserviamo pensieri e ricordi. Fuori da noi, ci riporta invece all’ambiente domestico e familiare, perché la lingua madre è la lingua di casa, quella che non si dimentica, nemmeno se ci allontaniamo dai luoghi in cui l’abbiamo appresa. Ma la casa è anche luogo di tensione, scontro e incomprensione, così come al di fuori delle mura domestiche il mondo imperversa sempre di più con parole che si caricano di rabbia, di smania di potere e di individualismo. Proprio nel tempo in cui i mezzi per comunicare si moltiplicano e gli algoritmi che li governano si fanno sempre più complessi, cresce al contempo un'evidente incapacità di ascoltarsi. È un paradosso che attraversa il nostro presente: mai come oggi abbiamo avuto tanti strumenti per dire, e mai come oggi sembriamo così incapaci di comprenderci. Eppure, quelle stesse parole, la nostra stessa lingua, possono portare anche messaggi di non violenza, di inclusione, di altruismo. Se è vero che le parole sono l’espressione dei nostri pensieri, allora forse proprio da lì dovremmo ricominciare: mettendo in discussione ciò che pensiamo, uscendo dalle nostre convinzioni, scoprendo il mondo attorno a noi. Imparando, cioè, a parlare altre lingue, affinché le parole non siano mezzi con cui erigere barriere, innalzare muri o scavare confini, ma strumenti con cui costruire ponti, contaminarsi, lasciarsi influenzare, assumere forme ibride di noi stessi.
Il Film Festival della Lessinia da anni parla la propria lingua madre: quella delle sue montagne, della Lessinia. Con il tempo è cresciuto ed è maturato, allontanandosi da casa e conoscendo altre montagne, altre lingue che le raccontavano, diventando poliglotta e scoprendo che le lingue non si esauriscono nel solo assolvimento dell’atto comunicativo, ma portano con sé storie, tradizioni, culture, vite, che possono essere diverse da quelle che conosciamo, o che ci hanno insegnato da piccoli. Conoscere le lingue dei popoli e delle terre non è soltanto un atto di scoperta, ma anche di apertura mentale e di messa in discussione di sé stessi. È lo sguardo di un Festival che non abbandona le proprie radici, non tradisce la propria identità, ma si apre al mondo e accoglie realtà diverse, ricercando e sperimentando anche nuovi linguaggi per comunicarle.
Racconteremo con le nostre parole, in questi dieci numeri de La Fada, questo Festival e i suoi 107 eventi, ascoltando le voci che lo attraverseranno: quelle vicine e quelle lontane, quelle familiari e quelle ancora sconosciute. Che questo Festival possa essere luogo di scambio e di incontro, in cui ricercare non una lingua uguale per tutti, ma una lingua comune che nasca dalla volontà di ascoltare e dal desiderio di condividere. Buon ascolto, buon Festival.
Davide Parezzan