Better Go Mad in the Wild

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Due uomini quasi identici sono separati da un muro. Nel muro vi è un piccolo foro. Uno dei due inspira da uno spinello, poi avvicinano le loro bocche al buco e il fumo espirato dall’uno finisce nei polmoni dell’altro. I gemelli Franta e Ondra Klišík hanno più di 60 anni, vivono nella Šumava, allevano animali, bevono, fumano erba, litigano, poi fanno pace e si abbracciano. Sembrano essersi messi alle spalle buona parte delle convenzioni che regolano le vite “normali”. Per poche decine di minuti Better Go Mad in the Wild sembra davvero il film promesso dal titolo: la storia divertita di due pazzi che hanno scelto la campagna ceca, i bagni nelle ortiche e l’eccentricità spinta come paradigmi vitali. Poi Miro Remo, slovacco classe 1983, regista di quest’opera in concorso al trentaduesimo Film Festival della Lessinia, comincia lentamente a togliere quella prima impressione dalle mani dello spettatore. Prima vengono i loro corpi, la casa, gli animali, gli spinelli, l’alcol, l’irregolarità di due vite che sembrano aver rigettato ogni forma di disciplina esterna. Poi arrivano le poesie, e da esse traspira una lucidità che cambia l’assetto di ciò a cui stiamo assistendo: versi capaci di svelare in quelle esistenze eccentriche due anime che producono interrogativi poetici universali sull’amore e sul senso delle nostre vite. E poco dopo il quadro si fa ancora più interessante e complesso, emerge un passato di militanza e di impegno politico: la dissidenza verso il totalitarismo comunista, il samizdat, il riconoscimento pubblico per la loro militanza e per i rischi che si sono presi. In un’altra scena uno dei due grida “Sláva Ukrajině!!!” Il loro ritiro non coincide con l’indifferenza verso il mondo né con l’uscita totale da esso.

Era proprio questo il tipo di percorso che Remo voleva delineare: “All’inizio sembra una storia umoristica e strana su due gemelli selvaggi che vivono nei boschi. Poi emergono strati più profondi dell’esistenza; volevo che il pubblico passasse dalla fascinazione iniziale alla scoperta del loro mondo interiore e della grande umanità celata dentro di loro”.

E quando gli chiedo se quella vita nella Šumava possa essere letta come una prosecuzione della loro antica ribellione, il regista non ha dubbi: “Sono ribelli assoluti. La loro esistenza è un rifiuto diretto della pressione sociale”.

Better Go Mad in the Wild è però un’opera troppo sottile per trasformare i due in santi laici dell’anticonformismo. La libertà che scelgono ha un prezzo. I loro corpi sono segnati, consumati, più vecchi dei loro anni. Dentro l’involucro, però, continuano ad abitare due ragazzi. È una delle tensioni più belle del film: la materia cede, il desiderio no.

C’è una scena con un dialogo interiore davanti a uno specchio in cui l’età viene guardata senza indulgenza. Il corpo è quello di qualcuno che sa di non poter più fare affidamento sulla seduzione della giovinezza, ma il desiderio per l’altro sesso continua a reclamare il proprio diritto ad esistere. Remo riconosce in questo contrasto uno dei nuclei fondanti del film: “I loro corpi diventano più deboli e vecchi, ma dentro hanno ancora l’energia, l’umorismo e le emozioni di due ragazzi. Non hanno mai smesso di sognare e desiderare”.

Questa vitalità la trovo insieme eroica e disperata. C’è una certa malinconia, che nasce in parte anche da ciò che non è accaduto nelle loro vite: le donne che non ci sono più, le possibilità perdute, le strade che ogni scelta chiude.

Per questo il pupazzo di neve in fiamme che non si scioglie lo leggo come metafora di una giovinezza ostinata: qualcosa brucia, viene consumato, eppure non cede. È una mia interpretazione e il regista mi risponde: “Preferisco creare immagini magiche e poetiche lasciando allo spettatore la libertà di sentirle ed interpretarle”. Ed è forse qui che la “fiaba” evocata dal regista durante il dibattito col pubblico in sala si delinea con maggiore chiarezza. Better Go Mad in the Wild sospende il puro realismo, trasforma la Šumava in uno spazio mentale oltre che geografico e ci regala immagini senza un significato univoco. Ma non è un racconto assolutizzante sul bel vivere di chi abbandona la civiltà: “Non volevo fare una fiaba ingenua sul vivere nella natura. La loro vita è dura, isolata, piena di conflitti quotidiani”.

La fuga dalla pressione e dalle convenzioni sociali non ha prodotto solo libertà e autenticità, ma anche solitudine, fatica, rinunce. Il film dunque non mostra il loro ritiro secondo le categorie vittoria vs sconfitta. Lo mostra come scelta. Ed ogni scelta, secondo me, contiene ciò che si conquista e ciò che si perde.

Ma forse la più radicale delle loro scelte riguarda il continuare a vivere assieme. Per gran parte del film è sorprendentemente difficile distinguere tra loro i due fratelli, quando la cinepresa non rende visibile l’amputazione all’avanbraccio di Franta. Remo mi racconta che in montaggio hanno lavorato intenzionalmente per produrre questa incertezza, decidendo di volta in volta quando lo spettatore sarebbe stato in grado di distinguere l’uno dall’altro. “In superficie sembrano quasi identici, ma interiormente sono due esseri molto diversi: uno cerca la libertà assoluta, l’altro ha bisogno di routine e stabilità.”

E quindi, tornando alla radicalità dello stare assieme tra fratelli, prima vediamo due corpi e due volti quasi intercambiabili, e poi apprendiamo dal film che non esiste nulla di meno intercambiabile di due esseri umani. I due condividono il volto e gran parte della propria biografia, ma abitano diversamente il desiderio e la libertà. E tuttavia nessuno dei due riesce veramente a pensarsi senza l’altro. Possono esserci distanze temporanee (il muro), fastidio, incompatibilità. I due litigano, e molto. Si esasperano vicendevolmente. Si contraddicono. Eppure il conflitto non diventa mai sanzione definitiva dell’altro: non viene eliminato, viene attraversato. Ed è qui che quest’opera smette definitivamente di essere un film su due eccentrici pazzoidi e diviene un film sull’amore. E Remo me lo dice senza esitazioni: “Il mio principale interesse è stato l’amore tra loro. Per me sono stati come una coppia sposata che ha vissuto assieme dalla nascita ai sessant’anni. Litigano e si urlano contro, ma il loro legame resiste, indistruttibile”.

Quando gli chiedo del passaggio in cui i due parlano di Hitler e di Putin come di uomini incapaci di amare contrapponendoli a se stessi in quanto “figli dell’amore”, il discorso si allarga ulteriormente: “Il mio film parla di amore, empatia, comprensione reciproca. Entrambi i fratelli ci mostrano ciò che ci rende davvero umani; la capacità di amare e fare del bene oltre il proprio interesse personale”.

La loro libertà, allora, non coincide con la solitudine, ma si costruisce dentro un legame abbastanza saldo da sopportare il conflitto: si sono sottratti a molte regole della società, ma non si sono mai sottratti l’uno all’altro. Tuttavia, in controcanto, questo legame che li protegge e consente loro di vivere come desiderano diventa anche “una nuova trappola, in cui rimangono chiusi insieme”.

È il paradosso più bello del film: il legame che rende possibile la libertà è anche quello che la limita. Il rifugio può diventare prigione, senza per questo smettere di essere rifugio.

Due fratelli, un muro in mezzo, un piccolo passaggio aperto tra loro, una relazione eccezionale, due persone che hanno condiviso tutta la vita insieme, ora per ora, giorno per giorno. Nella sua eccezionalità questa relazione mi ha insegnato una cosa sulla fratellanza: un legame che non scegliamo, dal quale possiamo allontanarci, contro il quale possiamo ribellarci, ma che continua a misurare una parte importante della nostra identità.

Alla fine, forse, la follia di Better Go Mad in the Wild ha cambiato segno: non più l’eccentricità di due uomini che avevo creduto di vedere all’inizio, ma la radicalità con cui hanno scelto di vivere, amare e restare se stessi.


Giovanni Teodori